Riflessioni sul percorso giudiziale

“Il giudice è corrotto!” oppure “l’avversario è ammanicato col giudice” sono frasi che ho sentito spesso dai clienti dopo la lettura di una sentenza sfavorevole. “Sei stato un pessimo avvocato”  non lo dicono, ma di certo lo pensano, almeno alcuni di loro.

Li dovrebbe sfiorare però il dubbio di trovarsi di fronte all’ipotesi più probabile e più plausibile: avevano torto.

Quando i protagonisti di una controversia intraprendono la strada giudiziale, sono sempre graniticamente convinti delle loro ragioni e ciascuno è certo che uscirà vittorioso dallo scontro. Una banale riflessione sul piano di realtà dovrebbe bastare a comprendere che la previsione di almeno uno di loro si rivelerà sbagliata.

E’ vero che a volte non ci sono dubbi su dov’è il torto e dov’è la ragione. Ma in tanti  casi la verità si rivela più complessa di come ciascuno dei contendenti se l’era immaginata. Aggiungiamoci pure che non basta la verità dei fatti. Occorre anche fornire le giuste prove a sostegno delle proprie affermazioni, bisogna rispettare le regole del processo, serve fare tante ricerche sulle opinioni degli studiosi e sulle pronunce di altri giudici in casi analoghi.

E’ il diritto che funziona così. Tante volte mi sono trovato di fronte a sentenze che apparivano ingiuste a chi conosceva la realtà dei fatti, ma il giudice rende una decisione coerente con i dati che sono emersi dal processo.

Poteva pronunciarsi anche in altro modo? Sì, in alcuni casi sarebbe stato possibile anche arrivare a conclusioni diverse. Il diritto non è una scienza esatta, ma è lo sforzo millenario degli uomini di affrancarsi dalla legge del più forte per alzarsi verso un livello più alto di civiltà e gestire i conflitti in base a regole condivise. Il diritto non sbaglia, perché è figlio della logica. Sbagliano gli uomini. O meglio, non è che gli uomini sbagliano, è che gli uomini non vivono in un mondo ideale, gli uomini vivono nel mondo reale e la realtà è imperfetta, complessa e caotica. Possiamo solo illuderci di mettere ordine in questa realtà. Quel che dovremmo fare, invece, è di ricordarci sempre che siamo sospesi tra due forze, una che ci trascina verso il basso ed una che ci attira verso l’alto.

Se vogliamo salire, dobbiamo smettere di prendercela con gli altri: il giudice, l’avversario o l’avvocato. Impariamo a fare i conti con noi stessi nell’esperienza della lite, impariamo a mettere il punto e a guardare avanti. Ma prima ancora: cerchiamo di fare il possibile per non arrivare in un’aula di tribunale! Come si fa? Attraverso il confronto e l’apertura verso una soluzione condivisa.

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