Se unirsi è solenne, perché non lo è anche separarsi?
Quando, come avvocato, mi capita di dover seguire clienti in un percorso di separazione tra coniugi, la cosa che mi colpisce di più è la delusione che vedo stampata sui loro volti all’uscita dall’udienza presidenziale. “Tutto qui?” dicono guardandosi intorno stupiti, mentre li accompagno fuori dalla porta davanti alla quale altre (ex) coppie si accalcano attendendo il loro turno.
Appare stridente il contrasto tra la solennità (e lo sfarzo talvolta eccessivo) del giorno delle nozze e la semplicità sbrigativa del giorno della separazione. La normativa emergenziale ci ha dispensati anche dalla comparizione personale davanti al magistrato. Poche righe scritte (si chiama “udienza cartolare”) e il provvedimento arriva dopo qualche giorno via posta elettronica certificata. Una pagina e mezza dal contenuto standard ed è tutto finito.
Eppure la separazione non è sempre e soltanto la certificazione del fallimento di un progetto di vita, con i conseguenti dolori, ansie e frustrazioni che il tempo lenirà solo con grande fatica. Può essere anche il momento di una nuova nascita, dell’accettarsi finalmente con i propri limiti ed i propri fallimenti e di concedersi un nuovo inizio. Perché allora non circondare questo momento della giusta solennità?
Sarebbe bello vedere coniugi separati che, dopo una intensa e faticosa fase negoziale, sistemate le questioni personali ed economiche, assunti gli impegni reciproci da genitori responsabili (e leali) si ritrovano attorno ad un tavolo per una cena festosa con pochi amici veri tra i quali (magari) anche i loro avvocati. Che volete, sono un sognatore!